RECENSIONE 'ED È UN POCO LA NOTTE E UN POCO L'ALBA' DI ILARIA TUTI - LONGANESI
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| Ed è un poco la notte e un poco l'alba * Ilaria Tuti * Longanesi * pagg. 320 |
«Scappa, Serafina.» È con queste parole che l'anziano Geremia, in un pomeriggio caldo di sole, mi mette in allarme. Ma ancora non posso immaginare che questa terra sta per mutare volto e temperamento, forse per sempre. Nella Zona libera della Carnia, finora, la guerra è stata una tempesta distante, che ha strappato gli uomini dai nostri paesi ma non ha ancora lacerato del tutto gli animi. Quello in arrivo è però un vento nuovo e spaventoso, che soffia da Est e porta sconvolgimenti. E da oltre il grande fiume giungono infine carovane di cavalieri delle steppe, con copricapi di pelliccia e lunghe spade ricurve, che entrano nelle nostre case prendendone possesso. La nostra terra è la loro terra promessa, questa non è un'invasione ma un insediamento. Io, che da sempre abito un luogo di confine, chiamata a custodire i respiri e a evocarli; io, che da sempre ho in me il cuore delle donne che mi hanno preceduto e il soffio della donna che voglio essere; io vivo con sgomento questi giorni fatti di fuochi da campo accesi sulle assi dei pavimenti lustri, di animali riparati nelle cucine, di saccheggi e violenze. Ma vedo anche la meraviglia dei cammelli che pascolano nei campi, lo stupore fanciullesco degli invasori nel salire su una bicicletta, le danze russe nelle piazze, alla luce di antichi fuochi, le loro donne guerriere, i canti liturgici ortodossi, lo splendore delle icone. Io, che sono ombra, non posso più stare al liminare: devo farmi luce, in questa lunga notte, per trovare l'alba.»
Si poteva essere sereni anche nel dolore, se si accettava ciò che non si poteva cambiare
Ilaria Tuti mi aveva già conquistata con Fiore di roccia, facendomi conoscere figure, luoghi e vicende storiche che, fino ad allora, mi erano sconosciuti. Con Ed è un poco la notte e un poco l’alba ritrovo quella che considero una delle caratteristiche più belle della sua scrittura: la capacità di partire da fatti realmente accaduti e da luoghi della sua terra, il Friuli, per trasformarli in una storia capace di riportare alla luce pagine di Storia che rischiano di essere dimenticate.
L’amore per la propria terra e il desiderio di restituire voce a persone e avvenimenti rimasti ai margini sono gli aspetti che più mi colpiscono di questa autrice. E, reduce da un viaggio proprio nelle zone in cui è ambientato il romanzo, ho sentito ancora più forte il desiderio di immergermi in questa storia.
Siamo in Carnia, nel 1944. A Trava vive Serafina, una donna indipendente e fuori dagli schemi, cresciuta accanto alla nonna Silva e alle sue antiche conoscenze. Serafina ha ereditato il sapere delle erbe e quella particolare tradizione legata al "rito del respiro" per far esalare a bambini nati senza vita un unico respiro che permetta loro di ricevere il battesimo.
È una pratica che affonda le radici nella fede e nella superstizione e che non viene vista di buon occhio dalla Chiesa, ma Serafina continua a mettere le proprie conoscenze al servizio degli altri. Dietro la sua forza, però, porta con sé un dolore profondo, una ferita che non l’ha resa vittima, ma che l’ha spinta a cercare un modo per continuare a vivere e, soprattutto, a dare speranza.
Poi arriva la guerra, e con essa l’invasione cosacca.
L’arrivo dei cosacchi in Carnia è improvviso, inaspettato e sconvolgente. Sono stati mandati dai tedeschi con la promessa di una nuova patria: se Hitler avesse vinto la guerra, la Carnia sarebbe diventata la loro terra. Un'occasione d'oro per recuperare dignità e sfuggire ai russi. Subito si fanno presenti e violenti: prima una convivenza obbligata nelle case degli occupati, poi la costrizione a lasciare loro completamente le case e le terre.
Ed è proprio dentro questa convivenza forzata che il romanzo trova la sua parte più interessante. Perché Tuti non racconta soltanto il conflitto tra chi invade e chi viene invaso, ma prova a guardare oltre la contrapposizione tra noi e loro. Serafina, pur avendo tutte le ragioni per odiare chi le ha portato via la tranquillità, riesce a riconoscere, in alcuni momenti, l’umanità di chi ha di fronte.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che inizialmente ho fatto più fatica a comprendere e, forse, anche a digerire: la pietà che a volte emerge dal cuore di Serafina nei confronti di coloro che hanno privato lei e la sua gente della propria casa e della propria libertà. Ho sentito il bisogno di documentarmi ulteriormente sulla vicenda storica raccontata da Tuti e questo approfondimento mi ha aiutata a comprendere meglio alcune dinamiche del romanzo e, soprattutto, la complessità delle persone coinvolte.
Perché la guerra, sembra dirci Tuti, non divide mai semplicemente il mondo tra buoni e cattivi. Lo fa a pezzi. E dentro quelle macerie rimangono persone che continuano, nonostante tutto, a cercare un modo per essere umane.
Serafina è senza dubbio il cuore del romanzo. Una protagonista forte, ostinata, ma anche profondamente ferita. Un dolore che solo la nonna conosce e che, nonostante la sua intensità, non le impedirà di portare comunque un messaggio di speranza: si può' sopravvivere alle ferite!
La penna di Ilaria Tuti continua a incantarmi proprio per questo: per le storie che riesce a far nascere dalla sua terra e per la capacità di trasformare la narrativa in un invito alla conoscenza. Leggendo le sue pagine nasce spontaneamente la curiosità di approfondire, di andare oltre il romanzo e cercare la Storia con la S maiuscola.
Ed è un poco la notte e un poco l’alba è una storia di dolore, resistenza e speranza. Racconta un popolo costretto a vivere l’occupazione, la violenza e la perdita, ma anche la capacità di rialzarsi quando sembra non esserci più nulla da salvare.
E forse è proprio questo il messaggio che mi rimane più forte alla fine della lettura: le ferite non scompaiono. Si possono però attraversare, accettare e, lentamente, lasciare che si chiudano. Perché anche dopo la notte, prima o poi, arriva l’alba.
Felice di aver ritrovato la Tuti che più mi ha colpito: quella dei romanzi storici più che quella dei gialli.




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