RECENSIONE 'GLI ANNI IN BIANCO E NERO' di Francesca Giannone - Nord

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Gli anni in bianco e nero * Francesca Giannone * Nord * pagg. 416


Nella sartoria della famiglia Elia, il tempo scorre al ritmo lento dell'ago e del filo, scandito dai divieti del padre, che teme la libertà delle figlie perché, nel Salento degli anni '60, come nel resto d'Italia, le donne devono restare al loro posto. Eppure, in quelle quattro ragazze, qualcosa preme per uscire: la musica ribelle di Giovanna, i romanzi di Jane Austen in cui Ada si rifugia, la volontà di Maria di non accontentarsi e, soprattutto, la sete di immagini di Mimì, la più giovane, che, dalla cabina di proiezione del Cinema Apollo, mentre vede i film di Fellini e Visconti, scopre che la realtà può essere montata diversamente. E decide che sarà lei a tenere la macchina da presa. Così, mentre tutt'intorno si accendono le lotte operaie e le occupazioni studentesche e si formano i primi gruppi femministi, dentro casa Elia si combatte una rivoluzione silenziosa per riuscire a chiamare per nome il desiderio e la violenza, il diritto al lavoro e quello al piacere. E Mimì filma tutto. Non cerca la bellezza, cerca la verità: riprende le sorelle che danno vita a un'impresa quasi impossibile, gli sguardi e i gesti impercettibili ma rivelatori, un matrimonio «normale» eppure pieno di incertezze. Con forbici e determinazione, realizza un film che nessuno le ha chiesto di girare. Perché raccontare è resistere. Perché raccontando si può cambiare la vita, la propria ma anche quella degli altri. Perché tutti noi abbiamo vissuto anni in bianco e nero con la speranza di farli diventare un film a colori.





“Ho la sensazione che certi racconti comincino e finiscano con chi resta. Tutti gli avvenimenti che mi hanno portato qui, ora, al binario numero tre narrano di una storia con quattro ragazze che erano sempre state lì, in un mondo in bianco e nero”



Con Gli anni in bianco e nero, Francesca Giannone mi è sembrata diversa rispetto ai suoi romanzi precedenti. O, forse, è semplicemente riuscita a mostrarmi un’altra parte della sua scrittura: più intima, più psicologica, più profonda. A rendere tutto ancora più intenso è la narrazione in prima persona, affidata a Mimì, che ci permette di entrare nei suoi pensieri, nelle sue paure e soprattutto nei suoi desideri. Una scelta narrativa che rende la storia più intima, più profonda e, oserei dire, più vera. 



Siamo nel Salento degli anni Sessanta, in un mondo ancora fortemente ancorato alle regole e alle mentalità del tempo. Al centro ci sono quattro ragazze e il loro percorso di crescita, in una società in cui per una donna conquistare la propria libertà significa spesso combattere contro la famiglia, contro le convenzioni e contro un sistema che sembra aver già deciso quale debba essere il suo posto. 


Mimì è la più piccola, ma forse proprio per questo è quella che osserva, assorbe e, poco alla volta, trova il coraggio di scegliere. Non combatte alzando la voce: combatte con i fatti. È caparbia, determinata, ostinata. E soprattutto ha un sogno: il cinema. 


Quella passione diventa per lei molto più di un semplice interesse. È la possibilità di immaginare una vita diversa, di guardare oltre i confini che le sono stati imposti, di volare. Mimì impara ad assaporare la libertà di un sogno da raggiungere. E quel sapore è buono. A volte sembra svanire, soffocato dalle circostanze e dalle persone che vorrebbero ricondurla al destino già scritto per lei. Ma Mimì non lo dimentica. Lo cerca. Continua a inseguirlo, sfidando il pensiero del suo tempo per poterlo gustare fino in fondo. 


Accanto a lei, le donne della sua famiglia rappresentano tante sfaccettature diverse di quell’epoca: donne che resistono, che accettano, che subiscono, che cercano spazi di libertà e che, in modi differenti, combattono le proprie battaglie. E proprio attraverso loro emergono alcune delle denunce sociali più forti del romanzo. 


La figura del padre-padrone incarna perfettamente la mentalità di quegli anni, quella convinzione secondo cui una donna dovesse obbedire, accontentarsi e rimanere entro i confini stabiliti dagli uomini. Ma è proprio contro quel mondo in bianco e nero che Mimì comincia a costruire la propria tavolozza di colori. 


Ed è forse questo uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente: ancora una volta Francesca Giannone mette al centro una donna, anzi, le donne, con le loro lotte, le loro conquiste personali e sociali, i loro desideri e le loro contraddizioni. Donne che appartengono a un tempo che sembra lontano, ma che, purtroppo, non lo è poi così tanto. Perché alcune di quelle dinamiche, quelle battaglie e quelle disuguaglianze continuano a essere tragicamente attuali. 


La scrittura della Giannone è fluida e coinvolgente e, anche questa volta, riesce a raccontare una storia familiare facendola diventare qualcosa di più grande: un racconto di emancipazione, di sogni e di libertà. 


Non posso che dirlo: Francesca Giannone rientra ormai tra le mie autrici preferite. 


E, non vorrei metterle fretta, ma io attendo già la sua prossima creazione.






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