RECENSIONE 'L'INVERNO DELLA LEVATRICE' DI ARIEL LAWHON - NERI POZZA

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L'inverno della levatrice * Ariel Lawhon * Neri Pozza * pagg. 496


Maine, villaggio di Hallowell, una notte d’inverno del 1789. Il fiume Kennebec è quasi completamente ghiacciato, invaso da micidiali lastroni che tagliano come cristallo. Prima di chiudersi nella loro gelida prigione, le acque restituiscono il corpo di Joshua Burgess, con gli abiti che ancora lo avvolgono come petali di un grande tulipano appassito. A esaminare quel cadavere gonfio e martoriato viene convocata Martha Ballard, la levatrice del villaggio, colei che facilita le nascite, che ascolta i corpi dei malati e se ne prende cura. E il corpo di Joshua Burgess parla, e dice che la morte non è arrivata solo per acqua, ma anche per corda: qualcuno potrebbe aver impiccato Burgess, prima di gettarlo nel Kennebec. Anche se poi il dottore, dall’alto della sua competenza, esprime il suo parere contrario e senza appello: è stato un incidente. Burgess, tuttavia, non può essere morto per una banale imprudenza. Oltre a Martha, in tanti pensano che meritasse una punizione, soprattutto dopo l’oltraggiosa violenza ai danni della giovane Rebecca. Martha aveva raccolto per prima quella terribile confidenza e l’aveva trascritta nel suo diario, come sempre fa con i racconti che le vengono affidati: perché non vadano perduti, perché le mura di casa non proteggono le madri, le sorelle, le figlie. Comincia così un’estenuante ricerca della verità per la levatrice Martha Ballard, armata solo delle sue parole contro i pregiudizi di una società che non intende ascoltarle. Con una prosa tesa e delicata, Ariel Lawhon racconta di una donna indomita e della sua instancabile battaglia per la giustizia. Un’eroina misconosciuta, mai finora celebrata, che ebbe l’ardire di levarsi in difesa dei più deboli, cambiando per sempre la storia di un’America che stava ancora muovendo i suoi primi passi.








Ci sono romanzi che raccontano una storia, e altri che restituiscono una voce. L'inverno della levatrice di Ariel Lawhon appartiene senza dubbio alla seconda categoria. 


Fin dalle prime pagine sono stata catturata dalla scrittura in prima persona: diretta, essenziale, viva. È una voce che non chiede il permesso di esistere, ma si impone con una naturalezza disarmante. E trova la sua sintesi perfetta in questa lunga, potentissima citazione: 




non saprei dire perché sia così importante per me tenere un diario. Forse è solo perché lo faccio ormai da tanti anni? O forse perché so che questi segni sulla carta saranno un giorno l’unica prova che sono esistita? Che ho vissuto e respirato. Che ho amato un uomo e i tanti figli che abbiamo concepito. Non che pensi di dover essere ricordata per qualche motivo in particolare. Non ho fatto nulla di straordinario almeno secondo i criteri della storia. Ma sono qui. E queste parole sono il segno che lascerò dietro di me. Quindi sì, è importante che io prosegua questo rituale. 



È proprio da qui che emerge tutta Martha: la sua forza silenziosa, la caparbietà, ma soprattutto una grande umiltà. Non c’è eroismo ostentato, ma una presenza costante. Una donna capace di fare un passo indietro pur di salvare l’altro, animata da una carità autentica — amore concreto per il prossimo — da un profondo senso di giustizia e da un’incapacità quasi disarmante di giudicare. Martha è una grande donna non perché voglia esserlo, ma perché semplicemente lo è. E perché ha saputo amare, ed essere amata. 


Ambientato nel Maine di fine Settecento, il romanzo ci restituisce una figura scomoda per il suo tempo: una levatrice che sa leggere, scrivere, conoscere il corpo e la medicina in una società che alle donne non riconosce nulla. In opposizione a lei si erge Joseph North simbolo di un potere maschile spesso cieco e crudele. 


Eppure Martha non combatte con la violenza, ma con la presenza. Le donne si affidano a lei con una fiducia quasi disperata: nei momenti più fragili — il parto, la malattia, la paura — è lei a rappresentare una speranza concreta. Ci sono episodi in cui la vediamo entrare in case fredde, non solo per il clima, ma per la durezza degli animi, e riuscire lentamente a scaldarle. Non con grandi gesti, ma con una fermezza gentile che lascia il segno. 


La struttura narrativa, con quei continui ritorni al passato attraverso luoghi e sensazioni, arricchisce profondamente il racconto. Non sono semplici flashback, ma veri e propri ritorni emotivi che permettono di comprendere Martha fino in fondo, nei suoi dolori e nelle sue scelte. 


La scrittura è semplice, ma mai povera. Anzi, è proprio questa apparente semplicità a rendere tutto così autentico. L’autrice riesce a riportare alla luce una figura quasi dimenticata dalla letteratura, se non per il lavoro di Laurel Tatcher Ulrich con "La storia di una levatrice". Ed è interessante sapere che proprio da quel testo è nata l’ispirazione: Ariel Lawhon racconta di aver provato quel brivido sulla nuca — quello che accompagna le intuizioni più vere — leggendo il diario originale. Da lì ha costruito la sua Martha, prendendosi libertà sugli eventi storici e sulle date, ma soprattutto modellando un carattere diverso, più vicino alla sua sensibilità narrativa. 


Un dettaglio che ho trovato particolarmente significativo è il ringraziamento finale dell’autrice, in cui parla apertamente della sua fede, ringraziando Gesù per averla salvata trent’anni prima e per non averla più lasciata. Un passaggio che, in qualche modo, illumina anche il romanzo: quell’amore per il prossimo, quella grazia silenziosa che attraversa le pagine, sembra davvero trasparire dalla storia di Martha. 


E poi ci sono le descrizioni: la natura invernale, incontaminata, quasi ostile, diventa parte integrante del racconto. Il freddo, la neve, i silenzi non sono solo sfondo, ma amplificano la solitudine e la forza della protagonista. 


Sì, c’è anche l'elemento del mistero, un giallo, ma resta sullo sfondo. Non è ciò che spinge a leggere. Certamente forte era la curiosità di sapere chi fosse il colpevole dell'omicidio, ma ciò che davvero mi motivava nell'andare avanti è stato il desiderio di restare accanto a Martha, di vederla all’opera, di capire come sarebbe riuscita — ancora una volta — a portare un po’ di giustizia in un mondo segnato dalla cattiveria umana, spesso maschile. 


È un romanzo che non sfocia mai nella sdolcinatezza. Colpisce a fondo raccontando una vita ordinaria vissuta straordinariamente.







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